giovedì 19 aprile 2012

Il “varo” della lavatrice

bucato
Il bucato
È incredibile! Sono stata “sgridata” da mio marito perchè, ad uno dei mille bucati avviati dalle 5 di questa mattina, ho omesso la sorveglianza costante e continua di tutti bottoni e lucette che pulsano e si accendono durante le operazioni di lavaggio.
...e se ho capito bene, mi ha anche chiesto “…ma perché hai fatto il bucato, se non avevi tempo da dedicarci?”. E se fosse stata esattamente questa la domanda, mi viene il dubbio che abbia acquistato la lavatrice pensando che il suo vero scopo fosse renderci tutti più felici nella contemplazione del design e delle manovre di funzionamento dell’oggetto.
Ho passato tutta la mattina facendo sostanzialmente due cose: stendere il bucato (con le lavatrici capienti di oggi occorre qualche mezza giornata per stendere; inoltre sarebbe utile un piccolo loft per appendervi le decine di chilometri di filo indispensabili dopo una settimana senza fare il bucato) e rispondere al telefono a Paolo che chiedeva come procedevano le operazioni di lavaggio.
Purtroppo non mi sono attrezzata per fare dei test clinici sul bianco-più-bianco. Nella mia mente semplice ho solo pensato: infilo molti chili di luridume nel cestello, avvio con qualche manovra un processo che produrrà un po’di movimenti in fase di centrifuga, apro il cestello ad operazioni concluse e stendo le stesse cose che ho infilato prima e che ora sembrano molto più bagnate. Fine. Che cosa esattamente sia successo nel frattempo alle fibre e a tutto il sottobosco ad esse appiccicato, non ne ho idea e non me lo sono neanche molto chiesto, per la verità. Do per scontato che le ginocchia dei pantaloni dei ragazzi siano calamìte per verde d’erba, che sulle chiappe il fango ne costituisca l’impalcatura portante, che il sugo sopra i bottoni delle polo rinsaldi le cuciture e che le maniche abbiano un arredo colorato a seconda di quale sia stato l’ultimo pennarello esploso a scuola. E questo da sempre, da che esistono i ragazzi, cioè ancora prima delle lavatrici. Pretendere le analisi chimiche sulle fibre mi sembra una cosa da ingegnere, più che da mamma.
L’unica osservazione che mi è venuta in mente è che la centrifuga sembra più un cataclisma che un’operazione avviata con consapevolezza. Ma forse ho avuto troppo entusiasmo nella carica (in tal caso sarebbe colpa mia e questa è una controprova che è proprio così). A questa ingenua osservazione ne sono scaturite, da parte di Paolo, una lunghissima serie che intendo risparmiarvi.
La prossima vita ricordatemi, per piacere: niente ingegneri precisi; punterò ad un artista pazzoide sfrenato…
Ciao. A domani.
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